3 maggio. Fermiamo la strage dei “corrispondenti di pace”

Sono 1054 i giornalisti uccisi nel mondo: due terzi sono corrispondenti locali. Come ricordarli con la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa.

Oltre mille giornalisti sono stati uccisi a causa del loro lavoro dal 1992 a oggi. Esattamente 1054 secondo Reporters Sans Frontieres. Un terzo (fra cui quindici italiani) lavorava nelle zone di guerra, gli altri due terzi (fra cui undici italiani) erano invece giornalisti locali, cronisti che seguivano vicende controverse dei loro paesi: scandali, corruzione, criminalità, discutibili comportamenti di personaggi pubblici. A queste vite rubate è dedicata l’annuale Giornata mondiale della Libertà di Stampa che ricorre il 3 maggio, celebrata quest’anno a Cagliari per iniziativa dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani.

Questa ricorrenza, raccomanda l’Unesco, serve a far comprendere che i giornalisti corrono gravi rischi e non soltanto nelle zone di guerra. Questo dato essenziale sfugge alla percezione comune nonostante sia confermato dalle più recenti statistiche di RSF relative ai 71 morti del 2013. Il ricorso alla violenza per limitare la libertà di stampa non è episodico. È frequente. Si manifesta con intimidazioni, minacce e abusi del diritto. È la censura praticabile nei sistemi democratici. Non se ne parla, ma la censura violenta e camuffata è esercitata anche in Italia, e non solo nei confronti dei cronisti di mafia, come attesta l’osservatorio Ossigeno per l’informazione che ha annotato i nomi di oltre 1800 giornalisti colpiti da intimidazioni fra il 2006 e il 2013 e ha segnalato l’aumento del 50% delle minacce nei primi mesi del 2014. Servirebbe un’azione di contrasto energica e un cambiamento di rotta nelle misure di tutela, come chiede l’Osce, come dice Nils Muiznieks, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa. In Italia sarebbero necessarie riforme legislative (in particolare in materia di diffamazione e di segreto professionale), riforme rinviate sine die nell’indifferenza generale.

Le autorità italiane danno poca importanza a queste cose. I grandi media continuano a proporre vecchi stereotipi e un pietismo di maniera verso i “poveri giornalisti” morti in guerra, senza dire che nel nostro pacifico paese una diecina di giornalisti vive sotto scorta, e da anni almeno un giornalista al giorno subisce minacce, intimidazioni, ritorsioni, danneggiamenti, discriminazioni, gravi abusi da prepotenti che impediscono la raccolta e la diffusione di informazioni di pubblico interesse. Tutti dobbiamo essere grati ai corrispondenti di guerra, ai coraggiosi giornalisti che si recano nelle aree di crisi e ci dicono cosa accade dove si combatte, dove si perpetrano genocidi, deportazioni, persecuzioni di popoli inermi. Ma rendere omaggio alla memoria dei corrispondenti di guerra non basta.

È altrettanto doveroso parlare dei tantissimi “corrispondenti di pace” che subiscono violenza e non hanno né visibilità né solidarietà. Il silenzio pesa. Impedisce di sapere quanto sia pericoloso fare buon giornalismo in Italia; che l’Italia è il paese occidentale con più giornalisti uccisi e con più giornalisti minacciati, il paese europeo in cui leggi arcaiche consentono un uso intimidatorio delle querele per diffamazione. Queste cose finiranno se riusciremo a farle sapere e a discuterne apertamente.

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