ARMI&BAVAGLI, CERASI: “LE CITAZIONI BRANDITE COME ESPLOSIVO CONTRO I GIORNALISTI” /FOTOGALLERY

Un momento dell'incontro

Un momento dell’incontro

“Il precariato e le minacce esprimono l’attacco ai giornalisti e alla professione giornalistica e dunque l’attacco all’articolo 21 della Costituzione un attacco che limita il dovere di noi giornalisti ad informare i cittadini e il diritto dei cittadini ad essere informati”: Ezio Cerasi, segretario Sga e componente della Giunta Fnsi, ha aperto così  “Armi&bavagli” la giornata di formazione professionale organizzata da Sindacato Giornalisti Abruzzesi e Federazione della Stampa con il patrocinio del Comune di Pescara.

Tra i relatori anche il presidente regionale dell’Ordine dei Giornalisti, Stefano Pallotta, il procuratore della Repubblica di Pescara, Massimiliano Serpi, l’avvocato Ugo Di Silvestre per l’Ordine forense e Paolo Borrometi, giornalista sotto scorta e presidente di Articolo21. Assente per mtivi di salute il presidente della Fnsi Beppe Giulietti, sostituito da Ezio Cerasi nella sua qualità di componente della Giunta federale.

“Il sindacato ma non solo il sindacato ha – continua Cerasi – il dovere di tenere alta l’attenzione su questi disvalori che minano i principi democratici. Ci sono diversi modi per tentare di imbavagliare l’articolo 21 della costituzione. Ci sono giornalisti minacciati tanto da vivere sotto scorta come Paolo Borrometi; ci sono poi giornalisti minacciati con le querele e le citazioni temerarie. Si possono brandire le armi e gli esplosivi come nel caso di Paolo, così come si possono brandire le querele e metterle in pratica. L’obiettivo è lo stesso: il bavaglio del giornalista che fa semplicemente il suo mestiere. Se sei giornalista, inevitabilmente sei ficcanaso e scomodo, fai domande, ti nutri del dubbio, scovi le notizie, possibilmente inedite che magari il potente di turno non vorrebbe leggere”.

Cerasi ha ricordato alcuni numeri sul fenomeno delle minacce in Italia: secondo i dati raccolti da Ossigeno per l’informazione dal 2006 ad oggi sono oltre 3600 le intimidazioni accertate e certificate come violazioni della libertà di stampa.
137 nei primi 5 mesi del 2018 di cui: 2 in Abruzzo, 19 in Lazio, 22 in Sicilia, 37 in Campania. Oltre 6800 i procedimenti avviati ogni anno nei tribunali italiani.Oltre 5000 le querele ritenute infondate (quasi il 90% del totale); più di 45 milioni di euro le richieste danni; 54 milioni le spese legali; 2 anni e mezzo per essere prosciolti; 6 anni per la sentenza di primo grado.

“Il sindacato non sta alimentando una battaglia di casta.  – sottolinea Cerasi – Se un giornalista sbaglia o viene meno ai suoi doveri deontologici e professionali ci sono tutti gli strumenti per dimostrare che ha sbagliato e per sanzionarlo in modo proporzionale e adeguato. Nel 2015 ad esempio sono stati condannati 155 giornalisti. In passato purtroppo ci sono stati casi per fortuna isolati in cui è stato evidente il sospetto di una malcelata difesa corporativa”.

“L’Italia non può più attendere una legge ferma da troppo tempo in parlamento. Bisogna riaccendere i riflettori e insistere anche con l’attuale governo affinché vari la riforma. L’abolizione del carcere per i giornalisti non basta: nessun baratto.
Serve un deterrente perché ormai le querele penali sono paradossalmente passate in secondo piano. Gli imbavagliatori preferiscono la citazione civile, più efficace come minaccia. in Abruzzo ad esempio abbiamo il caso della collega Lilli Mandara che ne ha collezionate sei o sette tutte riconducibili più o meno allo stesso fronte politico e dovrà aspettare quattro cinque anni per sapere se ha torto o ha ragione. Nel civile non esistono filtri preventivi. – ha comcluso Cerasi – Di converso le querele limitato tempi e spese processuali perché la procedura penale prevede il vaglio di un Pm e di un gip che valutano la fondatezza della citazione. Il rischio di archiviazione è molto alto per il querelante e in tempi molto più rapidi. Nessuno pensa di comprimere il diritto del cittadino a difendere la propria onorabilità, ma dall’esercizio del diritto non si può scivolare nell’abuso del diritto con il chiaro intento di fermare il cronista a schiena dritta in una fase storica in cui il giornalismo e i giornalisti sono diventati più deboli a causa del precariato con contratti anomali e compensi molto spesso troppo troppo bassi per essere dignitosi”.

Sì perché può capitare, e lo ricorda Paolo Borrometi, anche di rischiare la vita per tre euro al pezzo, lui che da cinque anni vive sotto scorta: “Vivere sotto scorta non è un privilegio. Vivere sotto scorta è quella cosa per cui io, da cinque anni, non posso più vedere il mare della mia Sicilia. Io a chi dice che è un privilegio gli farei fare una settimana della mia vita sotto scorta, della vita che sono costretto a vivere e non per aver fatto qualcosa di particolare, ma per aver fatto solo il mio dovere”.

Il tema della libertà di stampa, strettamente connesso,come sottolineato da tutti i relatori, a quello del precariato.

“Oggi non posso che partire dall’articolo 21 della costituzione – ha detto Borrometi – non solo come diritto e dovere di informare da parte dei giornalisti ma soprattutto come diritto dei cittadini ad essere informati. Se un giornalista piace alle persone di cui scrive non è un merito, c’è qualcosa che non va – ha detto ancora Borrometi – Non siamo tutti uguali, dobbiamo dirlo. Io quando sono stato aggredito e lasciato mezzo morto prendevo 3,10 euro lordi ad articolo e le spese sanitarie me le sono pagate da solo. Quando ho chiesto una mano al giornale mi è stato detto che non potevano fare niente perché non ero assunto”. Poi la questione delle querele temerarie: “Il fatto che nel procedimento penale spesso non si arrivi a processo non vuol dire che il problema non esista. Io ho ricevuto una 90ina di querele, 84 sono state archiviate ma in una 50ina di casi sono stato sottoposto ad interrogatorio e ogni volta mi sono dovuto pagare un avvocato e sono uno sporco precario. Qualche settimana fa è stata archiviata una querela nei miei confronti da parte di un capomafia di Siracusa. Non contento mi ha chiesto 100mila euro in sede civile”.

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